Informazioni e osservatorio legale sugli strumenti finanziari derivati
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LA GRECIA E IL PARADOSSO DEI CDS: CHI HA SCOMMESSO SUL DEFAULT NON PUO’ RISCUOTERE LA VINCITA

di Andrea Franceschi

Da “Il sole 24 ore” del 28 ottobre 2011

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28 Ottobre 2011   Nessun commento

“I DERIVATI HANNO FATTO CHIUDERE L’AZIENDA”

L’accusa: aver indotto in errore “con artifizi e inganni” una società di mobili e divani e averla convinta a sottoscrivere prodotti finanziari ad altissimo rischio per trarne profitto. L’azienda licenziò 430 operai. La truffa ipotizzata si aggira intorno ai 15 milioni

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Il pubblico ministero di Bari, Isabella Ginefra, ha chiesto il rinvio a giudizio per 20 funzionari di Unicredit, per aver indotto “con artifizi ed inganni” in errore la clientela, e in particolare l’azienda di salotti Divania Spa – Divania Srl, circa la vantaggiosità dell’acquisto, mediante sottoscrizione di contratti, di prodotti finanziari derivati, procurando in tal modo ai clienti un danno ingiusto. A vario titolo agli indagati viene contestato di aver negoziato prodotti finanziari derivati quale strumento di ‘copertura’ del rischio di variazioni avverse dei tassi di cambio e dei tassi di interesse, sottacendo dolosamente, sostengono i magistrati, la natura prevalentemente speculativa di tali contratti e prospettando così una falsa rappresentazione della realtà che condizionava la formazione della volontà del cliente, inducendolo in grave errore. Una ricostruzione respinta dalla banca, che in una nota spiega: “UniCredit conferma di aver operato correttamente sulla vicenda Divania ed è quindi confidente che anche il  vaglio della magistratura possa far emergere l’assenza di irregolarità”.

I dirigenti di “Unicredit Banca d’impresa spa” utilizzavano “artifici e raggiri” per trarne profitti e sono accusati, a vario titolo, di truffa aggravata, appropriazione indebita ed estorsione ai danni della società Divania srl di Modugno. Dei reati di truffa aggravata e appropriazione indebita sono accusate 12 persone. I componenti del Cda dell’istituto di credito, Luca Fornoni e Davide Mereghetti “ideavano, ingegnerizzavano e implementavano prodotti finanziari derivati over the counter”, vale a dire mercati alternativi alle borse vere e proprie, di solito, non regolamentati. Sono quindi il complesso delle operazioni di compravendita di titoli che non figurano nei listini di borsa. Altri 10 imputati, tra i quali il ‘responsabile erogazione crediti della direzione regionale centro sud Roma’ della unicredit Corporate Banking spa, Francesco Conteduca, il ‘responsabile della direzione regionale centro sud Roma’ della Unicredit Corporate Banking spa, Alfredo Protino e i responsabili, con diverse mansioni, delle filiali di Bari Zona Industriale e Bari via Putignani, “si occupavano – si legge nel capo di imputazione – della rimodulazione dei prodotti truffaldini (già offerti e collocati tra il 1998 ed il 2002 da altri colleghi, nei cui confronti il reato si è prescritto, alla clientela del Credito Italiano spa/Unicredit Banca spa fino al dicembre 2002 e, dal gennaio 2003, dell’Unicredit Banca d’Impresa divenuta, in data primo aprile 2008, Unicredit Corporate Banking spa)”.

Secondo l’accusa i 12 imputati ai quali è contesta la truffa e l’appropriazione indebita “con artifici e raggiri, al fine di trarne profitto per gli istituti bancari di appartenenza (UBM e UBI facenti parte del gruppo Unicredit), nonché per se stessi, inducevano in errore la clientela (ed in particolare Francesco Saverio Parisi, rappresentante legale della società Divania), circa la vantaggiosità dell’acquisto (mediante sottoscrizione di contratti) di prodotti finanziari derivanti”. Secondo l’accusa, i derivati ad altissimo rischio sottoscritti con Unicredit avrebbero causato il fallimento dell’azienda barese. Nel 2006 (in seguito agli effetti catastrofici di quei derivati, sottoscritti a partire dal 2000) ha chiuso, licenziando 430 operai. La truffa complessiva ipotizzata dalla procura di Bari si aggira intorno ai 15 milioni di euro.

L’indagine è stata avviata dopo la denuncia del titolare di Divania, Francesco Saverio Parisi. Unicredit non lo avrebbe informato correttamente dei rischi connessi agli strumenti di finanza complessa che stava acquistando, proponendoli anzi come sicuri. La società, che produceva mobili imbottiti, ha avviato un parallelo processo civile, chiedendo a Unicredit la restituzione di 219 milioni di euro più 61 di interessi.

(da “Repubblica Bari” del 19 ottobre 2011)

http://bari.repubblica.it/cronaca/2011/10/19/news/unicredit-23512172/

20 Ottobre 2011   Nessun commento

CHE FARE?

21 Luglio 2011   Nessun commento

CHE COSA SONO I DERIVATI

21 Luglio 2011   Nessun commento

DERIVATI ED ENTI LOCALI: QUANDO IL CONTRATTO È NULLO

Commento a cura di Giorgio Mantovano, dottore commercialista, pubblicato sul “Nuovo Quotidiano di Puglia” del 23 maggio 2011

Una recente pronuncia del Tribunale civile di Milano (sentenza del 14 aprile 2011, est. Ferrari, pubblicata in www.ilcaso.it) ha affermato, ed è questa la principale novità, che sono da ritenere nulli per difetto di causa quei contratti di swap, sottoscritti da Enti pubblici, che alla data della sottoscrizione presentavano un valore di mercato (il Mark to market) negativo e tale sbilanciamento non era stato compensato mediante l’erogazione, da parte della Banca, di un corrispondente premio di liquidità. [Continua a leggere →]

La sentenza si colloca, a pieno titolo, nell’acceso dibattito attualmente in corso, con rilevanti riflessi anche sul versante penale. Si pensi alle ipotizzate fattispecie di truffa aggravata, di falso e talora di usura in alcuni processi in corso dal rilevante clamore mediatico. Tra i nodi al pettine nel contenzioso in atto tra Enti locali e finanza derivata si segnalano: l’esistenza e legittimità delle commissioni cosiddette ‘implicite” bancarie, la loro omessa informazione al cliente, la realizzazione di operazioni speculative e non già di copertura dei rischi di variazione dei tassi di interesse, la non veridicità dell’attestazione del vincolo della convenienza economica a cui devono attenersi gli Enti locali nell’intraprendere tali operazioni. Come è noto, l’intermediazione finanziaria avviene in un contesto di asimmetrie informative. Complessità, costi dell’informazione e grado di cultura finanziaria determinano un deficit informativo in capo alla clientela degli intermediari. Tali circostanze, secondo la Consob, sono amplificate nel mercato O.T.C. (Over the counter). Qui sono trattati gli swaps, ossia gli strumenti derivati a cui, negli anni scorsi, prima dello stop sancito dal Legislatore, hanno fatto diffuso ricorso gli Enti locali per tutelarsi dai rischi legati alla variazione dei tassi di interesse. Purtroppo, però, per questi strumenti finanziari non sono disponibili mercati di scambio caratterizzati da adeguati livelli di liquidità e di trasparenza che possano fornire oggettivi parametri di riferimento, in grado di garantire effettivamente la valutazione del prezzo. E la maggior parte dei Comuni, oggi in fuga dai derivati, malgrado il rilascio, incauto o non adeguatamente consapevole, dell’attestazione di operatore qualificato, non è assolutamente attrezzata per stimare, ricorrendo a sofisticate competenze matematico-probabilistiche, il valore del prodotto derivato acquistato. Svolte queste necessarie premesse, giova ora ripercorrere brevemente i fatti sindacati dal Tribunale ambrosiano. Un ente locale, per il tramite del Dirigente preposto, aveva dapprima sottoscritto con la Banca un contratto quadro, avente ad oggetto la successiva conclusione di contratti in strumenti derivati; contestualmente il Dirigente aveva attestato, con propria dichiarazione, che il Comune era da ritenersi un “operatore qualificato”, privandolo, in tal modo, implicitamente, di tutta una serie di tutele e garanzie, altrimenti previste dal Legislatore. Successivamente, era stato conferito alla Banca un mandato di consulenza gratuita finalizzato all’acquisto degli strumenti finanziari, individuati, poi, in tre collar swap , con la dichiarata finalità di ristrutturare mutui già in essere.

Il Comune, nel trarre in giudizio la Banca, lamentava la nullità di tali contratti, poiché avrebbero dovuto essere strutturati con un valore iniziale pari a zero. Al contrario, presentavano un valore di mercato, all’atto della stipula, già fortemente negativo per l’Ente. Ed, inoltre, la struttura economica prevedeva dei limiti di rischio di rialzo dei tassi di interesse (Cap) irrealistici ed inverosimili, di fatto annullando la garanzia rappresentata dal tetto alle possibili perdite.
Il Consulente tecnico di ufficio accertava nei contratti sottoscritti un significativo sbilanciamento a carico dell’Ente, non compensato da un correlato premio di liquidità (cd. Up front). La difesa della Banca replicava criticamente, affermando che i contratti swap “par”, ossia con valore iniziale pari a zero, non possono esistere nella realtà, dovendo, comunque, essere remunerati sia i costi di ingegnerizzazione del prodotto derivato che le componenti di rischio assunte dalla Banca in ordine alla gestione del contratto. Questo argomento non è stato condiviso dal Tribunale ambrosiano in quanto è la normazione secondaria (allegato 3 al Regolamento Consob n.11522/1998 all’epoca vigente) a precisare che, alla stipula del contratto, il valore di uno swaps deve essere sempre nullo, potendo poi variare in senso negativo o positivo, a seconda di come si muove il parametro a cui è collegato il contratto. Circa poi l’esistenza di commissioni implicite esse, a parere del Tribunale, avrebbero dovuto ricevere adeguata trasparenza, in ossequio a quanto previsto alla lett. G) dell’art.61 del Regolamento Consob citato e dall’art.8 del contratto quadro, stipulato tra le parti. Al contrario, i contratti in questione non menzionavano dette commissioni, così come non esplicitavano il Mark to market negativo iniziale per il Comune. In definitiva, il macroscopico squilibrio iniziale, a carico dell’Ente locale, finiva con lo snaturare la funzione causale dello strumento finanziario derivato. La previsione, già in partenza, di una posizione in perdita risultava per il Giudice incompatibile con la funzione di ristrutturazione dei mutui già esistenti e gravanti sul bilancio del Comune. Il Mark to market negativo, ove non compensato da un corrispondente up front, finiva, così, con l’attribuire ai contratti in derivati una funzione speculativa, non consentita dal Legislatore. Da ciò la declaratoria di nullità, con la restituzione delle somme versate dal Comune ed il risarcimento dei danni patiti.

Giorgio Mantovano

 

Versione pdf dell’articolo

Link al provvedimento (pubblicato su www.ilcaso.it): http://www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio/4151.php

 

 

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DERIVATI.INFO ringrazia il dott. Giorgio Mantovano per la cortese autorizzazione alla pubblicazione del commento

23 Maggio 2011   Commenti disabilitati su DERIVATI ED ENTI LOCALI: QUANDO IL CONTRATTO È NULLO

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